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Da: Gino Girolomoni Data: Martedì 19 ottobre 2010 A: Raethia
Corsini Oggetto: Graziella Ra
Gentilissima Raethia Corsini, abbiamo letto il suo pezzo
dedicato a Graziella Fanti che noi abbiamo chiamato Graziella Ra. Sono stato a
Piastre, sulla sua tomba e mi sono fermato in meditazione sulla lapide che la
ricorda. Lei mi sembra una persona informata dei fatti e le vorrei chiedere
il cognome di quella famiglia di aristocratici presso cui lavorava Bruna. Noi
non sappiamo chi fosse il padre naturale di Graziella, sappiamo solo che alla
fine degli anni settanta riportò da un sito archeologico in Egitto un chilo di
grano duro della tradizione locale. Sapere il nome del personaggio ci
consentirebbe di sapere dove ha trovato quel grano. Delle decine di
agricoltori che lo hanno seminato solo noi abbiamo rispettato la volontà
espressa dal padre naturale di Graziella di dedicarle il nome, come per riparare
quel suo lontano "peccato" di gioventù. Per sua informazione oggi coltiviamo
40 ettari di Graziella Ra e la pasta la vendiamo sia in Italia che in Svizzera e
Giappone. Spero di sentirla presto. Con molti cordiali
saluti. Gino Girolomoni Presidente di Alce Nero cooperativa
Da: Raethia Corsini Inviato: sabato 23 ottobre 2010 A: Alce Nero
cooperativa Oggetto: Graziella Ra
Gentilissimo signor Gino Girolomoni, la ringrazio per la sua mail e
per l'attenzione che ha, lei con il suo staff, riservato alla storia. Questo,
tra l'altro, conferma la vostra serietà aziendale. Purtroppo non posso
aiutarvi. Dopo diverse ricerche effettuate negli scorsi anni da parte di mio
padre in prima persona, e con l'aiuto anche di altri conoscenti a Firenze e
Siena, non siamo arrivati a capo del filo con il quale è intessuta la vicenda di
Graziella Ra. Nessun nome è spuntato oltre a quello noto (Fanti) che era
della famiglia di Bruna. Visto che, con questo racconto che ho pubblicato in
rete, ci è stata data la possibilità di entrare in contatto, nel caso in cui in
futuro emergano novità in proposito non dimenticherò di informarvi. Spero lo
stesso da parte vostra: questa vicenda ci appartiene come compaesani di
Graziella, ma vista l'universalità della storia (in ogni guerra accade), ci
appartiene anche come cittadini del mondo. Un cordiale saluto.
Raethia Corsini
Ecco il racconto:
Il chicco di grano di Raethia Corsini (una storia vera, un racconto
ispirato da Luciano Corsini, mio padre)
Un giorno in una cattedrale ho letto questa frase: “il chicco di grano se
non muore non porta frutto”. Mi è parsa bella, ma ho faticato a capirne il
senso. Poi ho ritrovato la storia che sto per raccontare e un raggio di sole mi
ha illuminata.
Il 21 settembre 1944 Graziella Fanti aveva diciassette anni ed era bella, di
una bellezza delicata, mi hanno sempre detto mio padre e mia madre: Graziella
era una loro compagna di scuola. Aveva capelli biondi, occhi chiari, sorrideva
poco. Era figlia di contadini comunisti: sua madre e il suo patrigno, che poi
era lo zio. Il padre, non c’era. Graziella era “una bastarda” e sua mamma,
Bruna, colpevole dell’onta più grave, essere una ragazza madre e come tale
emarginata dalla comunità. Bruna faceva la cameriera in una casa di
aristocratici che andavano alle Piastre, sull' Appennino sopra Pistoia, per la
villeggiatura estiva e si spettegolava in giro che il padre di Graziella fosse
il padrone. La storia, però, ha smentito le malelingue. Le Piastre si trova
su quella che all’epoca era la Linea gotica e che 60 anni fa fu assediata dai
nazisti. Giorni terribili. Gli alleati si battono ma perdono, i contadini
appoggiano i partigiani, i tedeschi e i fascisti reprimono la resistenza: 4400
morti in tre mesi. La piccola Graziella il 21 settembre 1944 era in riva al
Fosso dei Gambioni, un ruscello dove andava a lavare i panni. Cantava, come
faceva sempre. Canta che ti passa, le diceva qualcuno. Che cosa doveva passarle?
Le pene di un mondo che la rifiutava, sin dalla nascita. I nazisti furono
attirati dalla sua esile voce, scesero al ruscello, le strapparono i vestiti che
indossava. Graziella si ribellò. Si dibatté, e mentre quelli ridevano lei
gridava «Mamma, mamma!» e poi: «Dio mio!». Fece la sua personale
resistenza, ma una raffica di mitragliatrice la zittì. Se ne andarono facendole
il verso: «Mama, mama!». E poi: «Pum, pum!». Non era la prima a cui accadeva,
non sarebbe stata l’ultima. Le altre, però, erano tutte con una famiglia in
grazia di Dio. Graziella, figlia della colpa, non avrebbe avuto diritto neppure
a una lacrima. Fino a quando i nazisti si ritirarono dalle Piastre,
nessuno reclamò il suo corpo, neppure la madre. Venne buttata in una buca
rinvolta in un sacco sporco. Il prete del paese non propose nessuna messa. Da
quel giorno, e per sessant' anni, nessuno si è ricordato di Graziella Fanti.
Solo un suo compagno di scuola – mio padre - è riuscito a far
mettere una lapide nella piazza del paese, alla memoria. È successo nel
2006. Dopo le celebrazioni davanti alla lapide, però, è accaduto qualcosa di
imprevedibile.
In uno stabilimento che produce pasta biologica, a Urbino, qualcuno dice di
sapere chi era il padre di Graziella. Sta tutto in un chicco di grano di grande
valore nutrizionale e storico: un frumento che viene da una tomba egizia. In
Italia è stato portato, verso la fine degli anni Settanta, da un archeologo, che
lo consegnò a Ivo Totti socio di una Cooperativa di pastai. Consegnò a Ivo
quei chicchi di frumento con un mandato: se riuscirete a moltiplicarlo dovete
chiamarlo Graziella, il nome di mia figlia morta tragicamente durante la seconda
guerra mondiale, e dovrete aggiungere il cognome Ra. Dopo varie traversie sono
riusciti a moltiplicarlo e ad ottenerne le prime produzioni di pasta. Da analisi
condotte dall’Università di Urbino risulta essere un frumento particolarmente
ricco di proteine, di sali minerali e di selenio, un potente antiossidante in
grado di contrastare i radicali liberi, responsabili di molte patologie umane.
Così nella Cooperativa oggi si produce una pasta con questo grano chiamato
Graziella Ra. E in questo suo nuovo cognome è racchiuso un sentimento d’amore.
Ra, in egiziano, significa sole. Sono i suoi raggi caldi a maturare le spighe
bionde, come le trecce di Graziella. E dalle spighe cadono i chicchi di grano.
Si disperdono ma, come la storia di Graziella pare insegnarci, mai inutilmente.
Solo per portare frutti.
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