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SULLE TRACCE DI GRAZIELLA RA® Gino Girolomoni, presidente
della Cooperativa Alce Nero AAM Terra Nuova - n° 210, ottobre 2006
L’avvincente storia di alcuni chicchi di grano trovati in
una piramide egizia, seminati e coltivati per fare rivivere l’antica
varietà.
Paride Allegri (classe 1920), ci accoglie un po’ claudicante a causa di una
caduta che gli ha rotto il femore. La moglie Linda prepara un tè e Paride
comincia subito il racconto di come venne in possesso di alcuni preziosi chicchi
di grano provenienti da un’antica tomba egizia. Siamo nel 1974, a Treviso, ad
un incontro di agricoltori biodinamici e antroposofi. Tra questi c’è anche Ivo
Beni, allora Presidente dell’Associazione biodinamica italiana. In
quell’occasione, uno dei presenti consegna a Paride un sacchettino contenente
chicchi di trovati in una tomba egiziana. E’ quasi un rito, Paride Allegri si
concentra sul mandato che sta per ricevere e non gli viene in mente di chiedere
né il nome del misterioso archeologo, né il luogo di provenienza del prezioso
bottino. In quel periodo è capo giardiniere del Comune di
Reggio Emilia, in odore di biodinamica dal 1960, come Ivo Totti. L’anno dopo
semina quel grano collocando per ogni chicco un tutore, in modo da seguire
meglio la nascita e la crescita di ogni piantina.
Un archeologo senza nome
I chicchi germogliano e quando le spighe diventano alte, in
nostro giardiniere mette una protezione lungo le pareti della serra affinché il
grano non alletti. Per mesi, Paride controlla quella preziosa serra tutti i
giorni, fino a quando non si accorge che manca una spiga. Il giorno dopo ne
mancano altre due. Il giallo si risolve ventiquattrore dopo, quando entrato di
soppiatto nella serra di mattino molto presto, scorge un topolino che fugge con
una spiga in bocca. Grazie a infinite attenzioni, dopo alcuni anni di
coltivazione Paride riesce a racimolare alcuni chili di quel prezioso grano. Il
nostro uomo sente di aver compiuto la sua missione e affida il prezioso tesoro a
Ivo Totti, affinché lo consegni a un buon coltivatore. E’ così che veniamo in
possesso di un chilo dell’antico grano egizio con un mandato molto preciso
affidato dal misterioso archeologo a Paride Allegri: “ Se un giorno riuscirete a
moltiplicare questo grano e lo metterete in coltivazione dategli il nome di mia
figlia Graziella, morta anzitempo”. Qui finisce la storia di Paride e inizia la
nostra.
Venticinque anni d’attesa Il nostro primo raccolto è del 1980, da quel
chilo ne otteniamo 10 chili e il secondo anno ben dodici covoni, sei di questi
li consegniamo alla cooperativa “La Terra e il Cielo”, gli altri sei li mettiamo
sotto una tettoia aperta del Monastero di Montebello, con l’intento di andare a
separarne i semi durante l’inverno. Quando troviamo il tempo di mettere mano ai
covoni, ci accorgiamo che i piccioni avevano fatto piazza pulita: non era
rimasto neanche un chicco. Anche se a malincuore, consideriamo la faccenda
chiusa. Passano alcuni anni, e nel frattempo, Bruno Sebastianelli di “La
Terra e il Cielo”, che ha avuto più fortuna di noi, è riuscito a mettere a
frutto i semi ricevuti e comincia la coltivazione su grande scala di quel grano,
fino a farne una pasta che però non viene valorizzata in modo adeguato, tanto
che dopo qualche anno ne viene sospesa la produzione. Venuto a sapere della
decisione di smettere la coltivazione di quell’antico grano egizio, mi faccio
avanti e chiedo a Bruno di restituirmi un po’ di quei semi per riprovare
nuovamente a coltivarli. Ce ne viene consegnato un sacco, dove però a un esame
più attento i semi di grano risultano mescolati con quelli di orzo. È il settembre del 2000, ci
mettiamo in trenta intorno a un tavolo per separare le preziose cariossidi
dell’antico grano egizio dal resto. Dopo un lungo lavoro di cernita ricaviamo
dal tutto quel sacco un chilo e mezzo di chicchi. Comincia da quell’anno la
moltiplicazione dei semi, senza dimenticarci del mandato, ricevuto venticinque
anni prima, di chiamarlo “Graziella”.
La scoperta dell’identità A quel grano volevamo dare anche un cognome, e
non sapendo quello vero scegliamo Ankh, il simbolo egizio della vita,
rappresentato da una sorta di croce con un anello nella parte
superiore. Chiediamo a un’agenzia che si occupa di brevetti di registrare il
nome, ma purtroppo in Austria e Australia esiste già un marchio “Graziella
Ankh”, per evitare di inserirci in un contenzioso già in atto decidiamo di
trovare un nuovo “cognome”. Alla fine optiamo per il Dio sole: “Ra”. Nel 2004,
abbiamo già una quantità sufficiente di grano Graziella Ra per avviare la
produzione di “Fili di papiro” (è il nome degli spaghetti) e di “Farfalle della
regina del Nilo”.
La storia del nostro grano egizio non finisce qui. Il 18 settembre del 2004
sul “Corriere della Sera” leggo un articolo di Aldo Cazzullo che mi fa
sobbalzare dalla sedia: “Graziella, martire dimenticata. Dopo 60 anni una
cerimonia per lei. Uccisa a diciassette anni dai nazisti”. Il servizio racconta
di un episodio avvenuto il 21 settembre 1944, a Le Piastre, a dieci chilometri
da Pistoia lungo la strada per l’Abetone. Il collegamento con la figlia
dell’archeologo che ci aveva consegnato i chicchi di grano egizio è
inevitabile. Martedì 4 luglio 2006 sono a Le Piastre. Nei giardini del paese
una modesta scultura in mezzo a tre cespugli di rose recita: “A Graziella Fanti,
uccisa senza ragione dai nazisti e a tutte le vittime ignare”. Nel ristorante
“Amalfi”, Giancarlo Corsini ci fornisce alcuni dettagli sull’assassinio di
Graziella e di quel tragico giorno del settembre 1944. E soprattutto ci presenta
Giorgio Fanti, classe 1926, cugino di Graziella. Con lui andiamo al cimitero,
sulla tomba di quella sfortunata cugina e poi a casa sua, passando per il punto
in cui il Fosso del Gambioni (ormai senza acqua) sfocia nel Reno e ci fa vedere
il luogo dove la ragazza viveva con la madre Bruna e il suo compagno, in una
capanna di legno e paglia. E’ la moglie di Giorgio Fanti a raccontarci quella
giornata. I tedeschi le spararono perché credevano che nella cesta dei panni che
portava ci fosse cibo per i partigiani. Bruna sentì gli spari e gli si fermò il
cuore, il suo compagno Guido Begliomini senti le grida di Graziella “Mamma,
mamma” e la pattuglia passando con i mitra spianati la canzonava ripetendo come
imbecilli il grido di dolore della ragazza . Povera Bruna, ritrovarsi incinta a
vent’anni mentre era a servizio a Pistoia. Quante notti insonni avrà passato
mentre si chiedeva come avrebbe fatto da sola con quella creatura in arrivo. La
ricerca di questo padre misterioso continua: noi vogliamo sapere il suo nome, e
da dove viene questo grano di una forza primordiale che, tra spiga e reste,
misura trenta centimetri e che abbiamo chiamato Graziella, come da mandato
arrivato fino a noi e che come è nostra consuetudine abbiamo rispettato.
Un grano dalle origini antiche Graziella Ra è un
grano duro sopravvissuto in modo anonimo nel corso dei secoli. Sulla specie e il
genere vi è concordanza di opinioni: appartiene al genere “Triticum” e alla
specie “Turgidum”. La controversia verte sulla sottospecie, infatti c’è chi
sostiene che appartenga alla sottospecie “Polonicum”, altri alla “Turanicum”,
altri ancora al “Durum”. Di certo, si tratta di una popolazione di frumento
duro. Dalle analisi condotte dal Dipartimento di biotecnologie alimentari
dell’Università di Urbino, risulta essere particolarmente ricco di proteine,
sali minerali (in particolare potassio, magnesio, fosforo e selenio) e vitamine
(E, B6, B12, PP). |